Fortificazioni,  Storia

La Torretta del Bagno

L’ultima opera fortificata della Repubblica di Genova a Capraia: la “sortita”a protezione del forte San Giorgio

Vedi anche: Accessi al mare: La Torretta del Bagno

Di Fausto Brizi

Forse qualcuno fra i tanti visitatori che ogni anno scendono alla torre del Bagno per tuffarsi nel limpido mare di Capraia avrà sostato perplesso di fronte a quei muretti sbrecciati che tuttora affiorano dalla vegetazione lungo il sentiero che sveltamente conduce all’insenatura sottostante. E forse i più curiosi si saranno interrogati su quale fosse la loro origine e quale la loro funzione. Per rispondere a tali quesiti, di certo non banali, occorre in realtà risalire molto indietro nel tempo. Nel 1790, il capitano ingegnere Antonio Ronco, all’epoca uno dei più capaci cartografi della Repubblica di Genova, si recò nuovamente a Capraia (vi era già stato nel 1767) per “verificare il tipo che molti anni addietro aveva levato dell’Isola della Capraja, e formare in seguito la perizia dei lavori, che fossero necessari di farsi in quella fortezza”.

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Egli trasmise poi alla Camera di Genova due mappe (attualmente non reperibili) e un rapporto (datato 5 aprile 1790) contenente la perizia dei lavori indispensabili per “formare una comunicazione, ossia sortita per via di mare…necessaria per somministrare il dovuto soccorso al forte nel caso di attacco”. In altri termini, si trattava di un camminamento murato avanzato che dal forte avrebbe dovuto raggiungere il mare mediante la cosiddetta “torretta del Bagno”. Lo scopo principale di tale costruzione era quello di rendere possibile il soccorso militare al presidio della fortezza nel caso in cui essa fosse stata sottoposta ad assedio. Le infelici vicende del 1767, quando i ribelli corsi riuscirono a rintuzzare tutti i tentativi di prestare aiuto ai soldati genovesi asserragliati nel castello San Giorgio, spinsero la Repubblica a realizzare un’opera che seguiva, almeno in parte, il tracciato delle trincee (riconoscibili in un’interessante instant map settecentesca) che gli stessi Corsi avevano scavato a ridosso del lato meridionale del forte.

Il Ronco predispose un abbozzo di disegno accompagnato da un’articolata “dichiarazione” in cui furono precisati i siti ove occorreva dare inizio alla fabbrica della sortita, alla costruzione della sua prima porta e a quella d’ingresso nel forte, etc.. In particolare, secondo il Ronco, la sortita avrebbe dovuto essere “fiancheggiata e coperta da muro tronierato” fungente da cammino coperto, col quale battere e fiancheggiare tutti li fronti del forte”, che per essere all’epoca privi di una simile difesa non potevano impedire al nemico di alloggiarvi al coperto “conforme avvenne nell’anno 1767”. I lavori di costruzione dell’opera, i cui costi furono stimati dal Ronco in circa 8.700 lire, iniziarono nel corso dello stesso anno 1790 e proseguirono anche l’anno appresso. Il 13 marzo 1791, il “cannoniere e muratore” Antonio Fazio, al momento impegnato nei lavori di completamento della “già incominciata sortita”, scrisse alla Camera sostenendo di poter realizzare l’opera mediante un tracciato alternativo, in modo più spedito e facile e per giunta con minore spesa.

Egli trasmise alle autorità genovesi un approssimativo disegno della fortezza e dei luoghi ad essa adiacenti, corredato da una didascalia in 20 punti dalla cui lettura si desume l’avvenuta costruzione di circa 200 palmi genovesi di “fondo di muralia” e l’esistenza di un tratto residuo “da doversi principiare” di circa 650 palmi sino al “garagollo per ascendere e discendere dalla fortezza”, dove col termine “garagollo” deve intendersi la torretta, dotata di scala a chiocciola, che sino in tempi recenti (oggi ne rimangono soltanto alcune tracce) si trovava addossata al forte, in una rientranza delle sue mura meridionali.

Tuttavia, è molto probabile che il pur apprezzabile zelo del Fazio non sia stato premiato poiché, visionando una carta del Genio Marittimo Sardo risalente al 1842, si può notare che fu il tracciato originariamente proposto ad essere effettivamente realizzato (salvo alcune piccole modifiche) sottoforma di “comunicazione tra il fosso e la torre che ha l’accesso sulla sponda del mare ad un altezza di cinque metri dal livello delle acque ordinarie”. Nella stessa mappa, è ben segnalato il succitato “garacollo” ovverosia una “torre che comunica[va] al basso forte” mediante una scala interna a spirale e altri scalini scavati nella roccia. Con la dismissione, nel 1867, di tutte le fortificazioni di Capraia è lecito supporre il sopraggiungere del totale abbandono di tale struttura e, in assenza di manutenzione, il suo progressivo degrado.

Nel 1903 (anno in cui la fortezza fu venduta ai privati), la sortita è citata in una partita catastale riguardante il castello San Giorgio e i diversi siti con esso confinanti: “…Detto Castel San Giorgio… confina… a sud con terreni di proprietà privata mediante un muro di cinta in parte crollato che scendeva sino al casotto di sentinella sopra stante al mare…”. In realtà, come ben sappiamo, il “muro di cinta” non era altro che la “comunicazione” costruita dai genovesi nel 1790-91 e con l’espressione “casotto di sentinella” s’intendeva la tuttora esistente torre (o torretta) del Bagno.

Nonostante la prolungata noncuranza, una bella fotografia scattata a Capraia a metà degli anni venti del Secolo XX (poi riprodotta in un articolo dell’insigne geologo Gaetano Rovereto, cfr. pag. 1114 de “Le Vie d’Italia n. 10, ottobre 1926), documenta un discreto stato di conservazione di tale struttura, ancora perfettamente leggibile lungo il suo intero sviluppo dal piede del forte San Giorgio sino al secondo “garacollo”. Da allora è trascorso davvero molto tempo ed oggi (dicembre 2007) dopo decenni e decenni d’incuria, non è certamente facile individuare, tra le sterpaglie e i piccoli avvallamenti del suolo, l’antico percorso di quello che fu l’ultimo manufatto militare di un certo rilievo costruito sull’isola di Capraia dalla Repubblica di Genova.

Per le notizie risalenti al 1790-91: Archivio di Stato di Genova, Fondo Camera Finanze